Nel monastero di San Giacomo viveva, nel corso del 1700, un monaco in odore di santità: l’abate D. Gaudenzio Batangelo. Nei giorni 11, 12 e 13 aprile dell’anno 1785, c’è un via vai di popolo nella chiesa del convento: è appena passato all’altra vita il santo del Vallo ed il suo cadavere su di un piccolo palco è esposto alla venerazione di tutti. Il padre ha vissuto 88 lunghi anni nella penitenza e nel digiuno, soltanto pane ed acqua; particolarmente devoto della madonna di Montevergine non lasciava mai di celebrare la messa con particolare gaudio di spirito e di salmeggiare anche di notte; pellagra e podagra lo tennero fermo per più anni nel convento, che governò con grande affabilità e fu sempre pronto ad ascoltare e aiutare i bisognosi. Grazie alla sua generosità e alle munifiche elargizioni, il monastero da priorato poté assurgere a dignità di abazia: sin dal 31 maggio 1762, l’abate versò nella cassa comune mille ducati a moltiplico ed accrebbe la rendita a 923 ducati più che sufficienti al mantenimento di 12 monaci. Il 9 aprile 1778 terminò sia la riedificazione del braccio antico rivolto ad occidente, sia la costruzione della nuova chiesa, sia la fabbrica nuova del primo piano dell’ala rivolta a mezzogiorno. Ora dalla sua mano destra affluisce sopra di un panno bianco di tela sangue vivo, come mai fosse stato morto. Tra la gente accorsa ad osservare il prodigo c’è Sebastiano Romano, mastro sagnatore dello stato di Lauro, che dice sotto giuramento di aver sagnato l’abate poco tempo prima in presenza di Antonio Scafuro, mastro Bonaventura Damiano, mastro Carmine Graziano e Salvatore Perrotti, mentre tutti, uomini e donne si raccomandano alle sue preghiere. Oggi,i suoi resti mortali, probabilmente, si trovano in fondo alla botola alle spalle dell’altare della chiesa del convento, per il quale spese il suo patrimonio insieme a tanti sacrifici.

Autore : Anna Bonavita

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